Biografia Patti Smith

Con la sua voce, rabbiosa, febbrile, dolente, Patti Smith ha incarnato una delle figure femminili più dirompenti della storia del rock. I suoi primi lavori, con la mente proiettata nella avanguardie free-form e nelle improvvisazoni jazz e i piedi ben piantati in un primitivismo rock'n'roll, hanno gettato le basi per la nascente new wave. E la sua figura, a metà tra una oscura sacerdotessa e una pasionaria politica, è emersa come una delle più carismatiche del rock al femminile (e non solo). "Non ho mai pensato di essere una politica - dice - ma ho sempre voluto comunicare qualcosa. Sono americana e amo i principi su cui si fonda il mio Paese. Abbiamo la libertà, ma sento di avere una grande responsabilità per questo verso il resto del mondo". Non era lei, d'altronde, a cantare "Sono un'artista americana e non ho colpe"? E sulla sua parabola artistico-politica, ha recentemente osservato: "Ho avuto il privilegio di crescere in un periodo di rivoluzione culturale. E la musica ne è stata una componente. Forse non sono stata altro che una pedina, ma sono contenta, comunque, di aver contribuito a cambiare qualcosa".

Patti Smith è sempre stata pervasa dallo spirito dei grandi maudit del rock, da Jim Morrison a Lou Reed, da Janis Joplin a Bob Dylan. Quasi surreale il primo incontro con quest'ultimo, in camerino, dopo un concerto all'Other End. "Ci sono poeti da queste parti?", chiede Dylan. "Non mi piace più la poesia, la poesia fa schifo", lo gela la Smith. Ma il giorno dopo la copertina del "Village Voice" li ritrae abbracciati. E da quel giorno Patti trova in Dylan un amico, oltre che un maestro. Oggi l'esile e ossuta cantautrice americana porta addosso i segni di una vita turbolenta. I suoi capelli corvini si sono imbiancati e incorniciano un viso sempre più spigoloso e vivo, ma meno spiritato di un tempo. Come se i due figli e il dolore per la perdita del marito Fred "Sonic" Smith e del miglior amico, il fotografo Robert Mapplethorpe, avessero lenito il suo fervore allucinato. Quel fervore che segnò il suo esordio nelle cantine di New York dove Patricia Lee Smith, originaria di Chicago ma cresciuta a Pitman (New Jersey), approdò nel 1967.

Era già ragazza madre e scriveva poesie. Viveva anche con cinque dollari al giorno, dormendo in metropolitana o sulle scale esterne degli edifici. Per anni si barcamenò come commessa in un negozio di libri, critica di una rivista musicale, drammaturga. Quindi riuscì a entrare nel giro dell'intellighenzia newyorkese, da Andy Warhol a Sam Shepard, da Lou Reed a Bob Dylan. "Da bambina - racconta - non pensavo di diventare una rockstar. Sognavo di essere una cantante d'opera. Piangevo ascoltando Maria Callas e volevo diventare come le. Ma ero troppo magra...". Eppure la malia del rock l'aveva già presa quando, ragazzina, ebbe la sua prima eccitazione sessuale vedendo uno show dei Rolling Stones.

Patti Smith & Jerry MalangaLa Grande Mela la stregherà per sempre, tanto da indurla a tornarvi di recente, dopo la lunga parentesi di Detroit seguita al ritiro dalle scene nel 1980. "New York mi affascina. Con me è sempre stata amichevole. Ho dormito nei parchi, nelle strade, e nessuno mi ha mai fatto del male. Vivere lì è come stare in una grande comunità". E a New York Patti Smith fa la sua prima apparizione in pubblico nel 1969 (nei panni di un uomo) nella commedia "Femme fatale". Poi, scrive testi per i Blue Oyster Cult del suo compagno Allen Lanier, ha una relazione con Tom Verlaine dei Television di cui si invaghisce follemente (il rapporto "a tre" con Lanier e Verlaine sarà descritto nel 1979 nel brano "We Three") e compone le musiche per le proprie recitazioni libere, una tradizione di New York che in lei trova un'interprete suggestiva, sostenuta dalle chitarre inquietanti di Lanny Kaye. Ed è nei templi underground newyorkesi, come Cbgb's e Other End, che Patti Smith spopola insieme ai futuri compagni di strada: Television, Talking Heads, Ramones, Blondie. Il suo primo singolo, "Hey Joe/ Piss factory", segna l'anno zero della new wave americana. Sarà Lou Reed in persona a metterla in contatto con Clive Davis, presidente dell'Arista, che diventerà la sua etichetta storica.

Agli albori del punk arriva così il primo album Horses (prodotto da John Cale) che le vale subito un'enorme fama nel circuito underground americano. E' il disco che porta nella storia del rock un nuovo linguaggio musicale: una sorta di commistione tra recitazione "free form" e musica, in cui il testo diventa il punto di partenza, ma mai un limite; anzi, è spesso il veicolo che permette ai brani di espandersi e dilatarsi costantemente. Apre "Gloria", cover dei Them di Van Morrison. Una poesia inedita viene incastonata nell’originale blues. La voce è bella e potente, ma al massimo ringhia. Il credo cristiano trova nella Smith una dissacrante interprete: "Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, non per i miei" e "I miei peccati sono solo miei: mi appartengono". "Redondo Beach" è invece un testo malinconico (si narra il suicidio di una ragazza), su un ritmo reggae, con il Group che si produce in delicati coretti. I nove minuti di "Birdland" scoprono le carte. Il testo viene improvvisato in studio sulla base di un racconto di Peter Reich: il bambino vede a bordo di una astronave il padre morto da tempo, e piange a lungo implorando di essere portato con via, ma non gli resta che coricarsi sull’erba. Canta solo la Smith, la chitarra solista resta rispettosamente da parte. "Free Money", frenetico boogie sul rapporto tra amore e denaro, è un'altra cavalcata sfibrante, con Kaye che macina chilometri di rock’n’roll, e la Smith che, con il suo canto febbrile e gutturale, non fa altro che confermarsi una delle migliori interpreti rock di sempre. "Kimberly" è una ballata tipicamente new wave, condita di ghignetti vari e frasi d'organo, con echi sparsi dei Velvet Underground. In "Break It Up" c’è e si sente ululare la chitarra di Tom Verlaine. Da apprezzare, sullo sfondo, il lavoro di Sohl. "Land" è ulteriormente divisa in tre: "Horses", un crescendo isterico per voce e sezione ritmica, "Land Of Thousand Ballads", puro rock sognante, e "La mer(de)" continuazione sussurrata a tratti. Per altri nove minuti un certo Johnny, preso in prestito da William Burroughs, viene prima ucciso brutalmente, poi vive strane avventure. In "Elegie" compare anche Allen Lanier alla chitarra, che importa un certo clima solenne e melodico.

Disco d'intensità sconvolgente, Horses è il meno elettrico dei lavori di Smith negli anni 70, ma anche il più convulso, originale e punk, nonché il più "avanti" per attitudine. Tra gli altri meriti, avrà anche quello di folgorare sulla strada del rock Michael Stipe, futuro leader degli Rem: "Avevo delle schifose cuffiette graffianti dei miei genitori e un cesto di ciliegie davanti a me. Rimasi tutta la notte ad ascoltarlo. Era come la prima volta che uno si tuffa nell'Oceano e viene travolto da un'onda. Mi fece a pezzi. Capii da allora che volevo diventare un cantante e devo molto a Patti anche come performer". Già, perché dal palco Patti Smith è sempre riuscita a magnetizzare il pubblico. "È capace di generare più intensità con un solo movimento della mano di quella che la maggior parte degli artisti rock saprebbero produrre nel corso di un intero concerto", scrisse Charles Shaar Murray su "New Musical Express". "Le sue performance sono una battaglia cosmica tra demoni e angeli", aggiunse John Rockwell sul "New York Times". Un altro critico le paragonò alle doglie e al parto.

Patti Smith & Jerry MalangaI riferimenti prediletti della Smith sono i cantici di Allen Ginsberg, la recitazione jazz di Jack Kerouac, le liriche di Williams Burroughs. Ma il suo vero maestro maudit è Arthur Rimbaud, "il primo poeta punk". A lui è dedicato il secondo album, il vibrante Radio Ethiopia, perché l'Etiopia fu la seconda patria di Rimbaud. Se Horses era il suo disco più ruvido e dirompente, Radio Ethiopia è forse quello che amalgama al meglio le sue due anime, quella "punk", feroce e straziata, e quella più cupa e "solenne", che trova espressione in ballate d'intensità quasi liturgica. Due anime che spesso si rincorrono e si uniscono anche all'interno di uno stesso brano.
La chitarra di Lanny Kaye e la voce gutturale e lancinante della Smith marchiano a fuoco "Ask The Angels", un'ode (post?)punk che lascerà più di un'impronta su moltitudini di future new wave band. Il brano dimostra anche come, adifferenza di molti suoi discepoli, Patti sappia anche irretire l'ascoltatore con ritornelli contagiosi e immortali. "Redondo Beach", poi, si butta su sonorità quasi reggae. Quando Smith pigia sull'acceleratore, però, nascono boogie indiavolati, come "Pumping My Heart", o sarabande allucinate, dense di umori psichedelici, come la title track, immersa in un nugolo di distorsioni. Il genere di cantilena free-form lanciato nell'album d'esordio torna soprattutto nella cupa e struggente "Ain't It Strange", intonata in quel suo registro dannatamente oscuro e seducente, o nella più quieta e composta "Distant Fingers". Il climax "mistico" del disco, comunque, sono i quasi cinque minuti di "Pissing In A River": a dispetto del titolo, è un'elegia cupa e solenne, che si snoda su una bella apertura melodica, prima che entrino minacciosi e i cori e gli assoli di Kaye a sfregiarne i contorni.

La ballata "Because The Night" (scritta insieme a Bruce Springsteen) è il singolo-trainante di Easter (1978), terzo centro consecutivo per la cantautrice di Chicago. Nonostante Patti l'abbia in seguito quasi rinnegata come "commerciale" (secondo i maligni, a causa del fatto che veniva identificato quasi solo come un brano di Sprigsteen), è invece una canzone possente e magnetica, che unisce al meglio vena melodica e fervore rock. Altra ballata commovente del disco è la mesmerica "Ghost Dance", incentrata sul dramma e sulla "resurrezione" dei nativi american: "We shall live again", canta la Smith su uno sfondo sonoro onirico e straniante. La produzione di Jimmy Jovine (in seguito al fianco dello stesso Springsteen e di Tom Petty) contribuisce a smussare alcune asprezze del suo sound, rendendolo più "musicale" e comunicativo, anche se, inevitabilmente, meno selvaggio. Esempio di questo nuovo corso sono due pezzi di quasi hard-rock classico, come "Till Victory" e "Space Monkey". Ma il tipico rock'n'roll anfetaminico della Smith torna a trionfare nella impetuosa cavalcata chitarristica di "Rock 'n' Roll Nigger". All'interno del disco, spiccano la foto di una bandiera americana (che desterà polemiche) e l'immagine da bambino di Arthur Rimbaud, eterno ispiratore dell'arte di Patti. Easter ha il solo torto di essere stato preceduto da altri due capolavori come Horses e Radio Ethiopia, giacché possiede intatte le stimmate di un talento fuori dal comune. Se qualche critico comincerà a storcere il naso, il pubblico, invece, tributerà un enorme consenso all'album, consacrando definitivamente la Smith come rockstar e non più (solo) autrice di culto.

Il trionfo viene bissato solo in parte un anno dopo con Wave, album leggermente inferiore, ma pur sempre forte della psichedelica "Dancing Barefoot" (ripresa anche dagli U2) e dell'intensa ballata di "Frederick", dedicata a Fred "Sonic", il marito della Smith, che morirà non molto tempo dopo. Suggestiva anche la cover al cardiopalmo di "So You Want To Be (A Rock 'n' Roll Star)" dei Byrds. In fase di produzione, l'album si avvale di un'altra vecchia volpe degli studios, il geniale cantautore Todd Rundgren.

Lo stile di Patti Smith ha segnato un solco profondo nella storia del rock. I suoi ululati da belva in gabbia, i suoi acuti dirompenti, i suoi lamenti da moribonda in preda agli ultimi spasmi hanno affondato definitivamente la tradizione del "bel canto", dei voli epici di una Grace Slick, aprendo la strada a una nuova interpretazione, ruvidamente "punk" del ruolo di cantante. Ma è proprio questa la sua forza, la forza di una sciamana selvaggia che riesce a elevare le parole oltre il linguaggio, grazie al potere visionario della musica. Il suo messaggio, in realtà, è stato spesso confuso. Ha dichiarato che i suoi tre poeti americani preferiti erano Jim Carroll, Bernadette Mayer e Mohammed Alì. Ha proclamato migliori performer di tutti i tempi Mick Jagger, Cristo e Hitler, per la loro capacità di trascinare le masse. Ha cercato conforto nel Cristianesimo post-Concilio Vaticano II (Papa Luciani, il suo preferito, appariva all'interno di Wave) e nel Buddhismo. Ha predicato a lungo il rock come "forma di comunicazione delle anime". E ha lanciato inni populisti, un po' demagogici, ma pur sempre efficaci, come "People Have The Power", l'hit-single estratto dal modesto Dream Of Life, con cui tornò sulle scene nel 1988.

Oggi Patti Smith prega per il Dalai Lama (all'invasione cinese in Tibet ha dedicato "1959", nel suo penultimo album Peace And Noise). Dice che la "crocefissione di Bill Clinton" per il caso Lewinski è stata la crocefissione della sua generazione, quella della liberazione sessuale. E ha scelto una filosofia positiva: "Da bambina ero così debole e malata che non pensavo di riuscire a vivere a lungo. Oggi la mia vita è buona, malgrado i dolori che ho dovuto superare. È stata una gran vita e sono ancora qui!".

Patti Smith & Jerry MalangaLa sua produzione degli anni Novanta, tuttavia, non ha più alcun legame con i suoi grandi capolavori del passato. E se Dream Of Life provava almeno con una ballata come "Paths That Cross" a risvegliare i fantasmi del passato, i successivi album sono stati quasi uniformemente all'insegna di un mesto declino, aggravato dalla pervicacia nel voler ripetere in eterno lo stesso canovaccio. Gone Again (1996) prova ancora a imbroccare una ballata doc con "My Madrigal", riuscendovi solo in parte, mentre quando sceglie le corde dell'hard-rock (la title track o "Summer Cannibals") affoga in una banalità imbarazzante. Quello che stupisce, semmai, è la rinnovata forma di Patti Smith come interprete, testimoniata anche da alcune sue brillanti performance dal vivo. Oltre alla già citata e convincente "1959" (che riesce a strappare anche una nomination ai Grammy), però, non resta molto da salvare neanche sul successivo Peace And Noise (1997): il tono elegiaco, accentuato dalla predilezione per le ballate pianistiche, non è più supportato dalla vena poetica degli anni d'oro, la scrittura è piatta e scialba, e gli oltre dieci minuti di "Memento Mori" sono una minaccia quasi più dello stesso titolo.

Nonostante i flop dei suoi ultimi dischi, Patti Smith non demorde e torna di prepotenza nel 2000 al grido di Gung Ho. "È una espressione cinese, che indica proprio la voglia di continuare a combattere con entusiasmo. È lo spirito dell'album: voglio chiudere questo secolo e affrontare il nuovo con un'energia positiva". Ma "Ho" è anche un omaggio a Ho Chi Minh; mentre il ricordo del padre, Grant Smith, è affidato alla foto di copertina, che lo ritrae soldato durante la Seconda guerra mondiale. "Gung Ho" viaggia nel solco di un rock classico. E vibra, a tratti, di echi degli anni d'oro, grazie anche alle chitarre virtuose di Tom Verlaine (ex-leader dei Television) e Lenny Kaye (colonna storica del Patti Smith Group). "One Voice" (in memoria di Madre Teresa), la struggente "China Bird" e "Glitter In Their eyes" (con Michael Stipe al controcanto) i pezzi più suggestivi di un disco che comunque non resterà certo tra i lasciti più memorabili della poetessa del rock.

Arrivata alla veneranda età di 56 anni, Patti Smith pubblica anche la sua prima raccolta di successi, una antologia di tracce, inediti, classici del suo repertorio, demo, pezzi live e altre rarità, ribattezzata Land - 1975-2002 . Un’opera ad ampio respiro, che raccoglie brani ormai leggendari del repertorio della "sacerdotessa del rock", da "Gloria" a "Ghost Dance", da "Pissing in a river" a "Dancing Barefoot", da "Ask the angels" a "Because the night", per approdare fino ai successi più recenti: "People have the power", "1959" e "Glitter In Their Eyes". Chiude il primo cd l'inedita cover di "When Doves Cry" di Prince.

La pasionaria di Chicago, però, è testarda e non vuole proprio fare i conti con l'età e con la fine di un'epoca, di cui è stata indubbia protagonista. Le undici tracce di Trampin' (2004), debutto per la nuova etichetta Sony/Columbia, scorrono via senza lasciare segni, come un'innocua selezione di Adult Oriented Rock trasmessa da una qualsiasi stazione Fm americana. Il fido chitarrista Lenny Kaye e il batterista Jay Dee Daugherty, più Tony Shanahan al basso e alle tastiere e Oliver Ray sempre alla chitarra, formano senz'altro una line-up di qualità, cui si aggiunge un accurato lavoro in sala di registrazione. Musica ben suonata e ben prodotta, dunque. Ma senza sussulti. I momenti più godibili sono forse quelli in cui la signora Smith tenta di rinverdire le radici più pure del rock seventies: l'iniziale "Jubilee", anthem politico in cui la celebrazione del Giubileo diventa sinonimo di ricordo e protesta al contempo, la ballatona di "Mother Rose", rievocazione dell'adolescenza al suono di un nostalgico hammond, il country ombroso di "My Blakean Year", il quasi hard-rock di "Stride Of The Mind", con un riff ossessivo di zeppeliniana memoria che s'insinua tra farfisa e armonica. E a voler essere un po' sentimentali ci si può anche lasciar emozionare dal duetto di Patti con la figlia Jesse Paris Smith, che l'accompagna al pianoforte nella title track "Trampin'", un sommesso spiritual reso famoso dalla contralto americana Marian Anderson.

Ma troppe ballate folk ("Peaceable Kingdom", "Cartwheels", "Trespasses") rischiano di appesantire le palpebre dell'ascoltatore, troppe parti spoken sfociano in logorrea (l'ode accorata di "Gandhi") o affogano nel mare della retorica (i 12 minuti di "Radio Baghdad"). Ascoltando Trampin', sembra quasi di vedere un'ex sibilla che ipnotizzava le folle con le sue profezie in trance voler tentare di riproporre l'esperimento quando la trance è finita e tutti sono andati via.

Il 12 marzo 2007 Patti Smith è stata annoverata tra le celebrità della Rock and Roll Hall of Fame, mentre nel mese successivo ha pubblicato il nuovo album di cover, dal titolo Twelve, in cui si è riappropriata di 12 leggendarie canzoni tratte da repertori di mostri sacri quali Jimi Hendrix, Nirvana, Rolling Stones, Jefferson Airplane, Bob Dylan, Neil Young e Stevie Wonder. Si tratta comunque di un episodio trascurabile nella sua discografia, che soffre ormai da diversi anni la mancanza di un nuovo gioiello.

Nel 2008 Patti Smith torna a far parlare di sé in veste di "lettrice" dei propri versi. Merito di The Coral Sea, sensibile requiem postumo per l'amico, Robert Mapplethorpe. Straziante opera di rimpianto e nostalgia, nel solco della grande poesia americana post-beat generation, questo lungo poema scritto dalla Smith è diventato nel 2005 una performance, rappresentata dalla cantautrice americana assieme a Kevin Shields dei My Bloody Valentine, che ha musicato con chitarra e tastiere la lettura del testo. Il doppio cd raccoglie queste performance in due edizioni, la prima del 2005 e la seconda l’anno successivo, alla Queen Elizabeth Hall di Londra, ottenendo cinque stelle dal prestigioso critico del "The Guardian", che definì le esibizioni dei due "magical".
The Coral Sea descrive gli ultimi giorni di sofferenza della malattia di Mapplethorpe con visioni, urla, confessioni, riflessioni escatologiche recitate, rivissute sopra oceani di layer sonori con i quali vengono raggiunti singolari climax emotivi sui quali la voce sembra navigare a vela, in simbiosi con venti e marosi.
Fonte: ondarock.it