Nella depressione di Chester Bennington anche il dolore per la cattiveria degli haters

30
Lug
2020
Pubblicato da:

Chester Bennington soffriva di depressione, causa che lo ha portato a compiere l’estremo gesto quel 20 luglio 2017. Pochi giorni fa è trascorso il terzo anniversario della sua scomparsa, una morte che ancora oggi fa parlare.

La depressione è una brutta malattia, che non si vede, difficile da combattere dall’esterno” aveva dichiarato la moglie Talinda dopo la morte improvvisa e inaspettata del compagno, lo stesso compagno che pochi giorni prima in una foto di famiglia appariva sorridente e apparentemente sereno.

Nell’ultimo periodo della sua vita incisiva fu la cattiveria della rete, i commenti negativi (spesso anche dai toni forti) ricevuti dagli haters per il suo ultimo disco One More Light.

A raccontare questo retroscena della sua vita privata è l’amico Sean Dowdell, batterista dei Grey Daze, prima band di Chester.

Ne abbiamo parlato molte volte insieme – ha raccontato Sean al canale finlandese Kaaos TV – innanzitutto, Chester era una persona molto felice la maggiore parte del tempo. Penso sia così che funzioni la depressione: la persona che vedi esternamente il 99% delle volte è felice e di buon umore, si diverte e ride sempre. Persone come l’attore Robin Williams e lo chef Anthony Bourdain avevano questa incredibile personalità, una personalità esteriore. Chester era molto simile a loro per certi versi – ha continuato – Aveva questo atteggiamento molto solare quando era con te. Il dolore che provava non lo condivideva all’esterno. Durante il tempo passato insieme a lui, molte volte l’ho visto, ma non era qualcosa che rimaneva evidente per un lungo periodo”.

Chester era molto sensibile al giudizio del pubblico, ai complimenti ma soprattutto alle critiche che non sempre riusciva ad ignorare.

Quando hanno realizzato One More Light (pubblicato nel maggio del 2017, solo pochi mesi prima della morte di Chester), l’album è stato recepito proprio come loro pensavano che sarebbe stato recepito, o almeno nel modo in cui Chester pensava che sarebbe stato recepito. Lui ha ricevuto molte critiche negative da parte del fan e queste sono state per lui motivo di preoccupazione” racconta ancora l’amico.

Ne abbiamo parlato molto – ha proseguito sulla questione degli haters, chiamati anche ‘Leoni da tastiera’ che gratuitamente riservano cattiverie – era così giù di corda, si metteva a rispondere per le rime alle persone su Twitter ma poi questo lo agitava molto. Io gli dicevo: ‘Amico, non lasciare che queste persone ti buttino giù, non ne vale la pena. La musica è buona. Non ti preoccupare di questa roba’. Questi ragazzi hanno lavorato così duramente per realizzare i loro album. Erano abituati a ricevere riconoscimenti e adulazione da parte dei fan. Quando poi hanno pubblicato un disco come One More Light, al 95% dei fan è piaciuto, ma poi c’era quel 5% di gente che, invece, si lamentava. Così questi perdenti passavano tanto tempo davanti al computer. A me piace chiamarle così le persone che non hanno altro di meglio da fare che sedersi lì a scrivere con una tastiera quanto sono perdenti”.

Non capisco cosa porti una persona a essere fan di Chester e ad amare tutto ciò che fa o quasi, per poi parlare male di lui e scrivergli tante brutte cose solo perché ha fatto una canzone che non gli piace. Queste cose – ha sottolineato – erano davvero un peso per lui. Per questo motivo penso che questa situazione abbia contribuito a condurlo al gesto estremo che ha commesso. Da bambino ha subito abusi sessuali e questo ha sempre gravato su di lui. Alla fine tutto è culminato in quei pensieri che hanno portato Chester a non sentirsi mai abbastanza bravo o mai davvero apprezzato, come se non valesse tanto. Aveva questo vuoto dentro e penso che non lo riuscisse a spiegare a molte persone. Io ho conosciuto piuttosto bene questo suo lato. Dopo uno show, se ci fossero state migliaia di persone desiderose di incontrarlo per dirgli quanto fosse grande, quanto avesse cambiato le loro vite in un modo profondo e positivo,  quanto avesse dato loro un sollievo dal loro dolore e dalla loro disperazione, dentro di sé, Chester non le avrebbe neanche ascoltate. Lui avrebbe detto loro ‘Grazie’ e avrebbe continuato a sentirsi come se non valesse abbastanza. Abbiamo parlato di questo e lui mi diceva ‘Mi sento come se non fossi abbastanza intelligente. Non penso di essere abbastanza bravo’. Io gli rispondevo: ‘Chester, tu sei una così bella persona. Dimentica il canto. Non mi importa di te come cantante, mi importa di te come essere umano. Non mi interessa se sei un grande cantante, mi interessa che tu sia una brava persona’. Chester – ha concluso – era uno dei migliori amici che si possano avere”.

 

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