Biografia Dalida

Nacque a Choubrah (piccolo sobborgo alle porte del Cairo) da genitori calabresi originari di Serrastretta, in provincia di Catanzaro. Il padre Pietro era primo violino all'Opera del Cairo. Dalida trascorre l'infanzia con i genitori e i due fratelli nella casa di famiglia sita in 11 Sharia Khumahawiyaà a Choubrah.

Durante l'infanzia è costretta ad indossare gli occhiali a causa di una malattia agli occhi che le provocherà un leggero (quantunque evidente) strabismo e che la costringerà a numerose operazioni anche in età adulta. Grazie al suo aspetto, a diciassette anni vince il concorso di bellezza Miss Ondine e, successivamente, la fascia di Miss Egitto che le aprirà le porte del mondo del cinema.

In Joseph et ses frères (Giuseppe e i suoi fratelli, con Omar Sharif), doppia Rita Hayworth, di cui è una grande ammiratrice; nel 1954 entra a far parte del cast de La Masque de Toutankhamon (La maschera di Tutankhamon) e di Un verre, une cigarette (Un bicchiere, una sigaretta).

Desiderosa di affermarsi nel mondo dello spettacolo decide di lasciare l'Egitto e tentare la fortuna come attrice in Europa. Il 24 dicembre del 1954, contro il volere della madre che comunque la sosterrà (cfr. bibliografia), Dalida sale su un aereo alla volta di Parigi. Nella capitale francese abiterà provvisoriamente in un appartamento di Rue Ponthieu, vicino agli Champs Elysées. Il primo anno a Parigi sarà difficile: Dalida, per la prima volta in Europa, si sente spaesata nella Ville lumière ma nel contempo ha tanta voglia di dimostrare il suo valore (cfr. bibliografia).

Nel 1956, ispirandosi al film del 1949 Sansone e Dalila, adotta il nome d'arte Dalila, che cambierà in seguito su consiglio di Fred Machard, scenografo della Villa d'Este, in Dalida. È sempre il 1956 l'anno in cui registra il suo primo disco su vinile con Madona, versione francese di Barco negro, successo della cantante portoghese Amalia Rodrigues. Sale la curiosità attorno alla nuova cantante venuta dall'oriente e dalla voce calda e sensuale, ma anche con timbri androgini.

Al successo di Madona, seguono Bambino (traduzione della canzone napoletana Guaglione), lanciata da Radio Europe 1, e dal suo direttore Lucien Morisse, di cui Dalida si innamora. Il successo di Bambino si rivela travolgente, tant'è che Dalida diventa per i francesi mademoiselle Bambino. In brevissimo tempo sono più di 500.000 le copie di dischi vendute in Francia (primo disco d'oro della vedette e, secondo Infodisc, per ben 39 settimane n° 1 nelle classifiche dei dischi più venduti).

Recita in Rapt au Deuxième Bureau (Rapimento al secondo ufficio) di Jean Stelli, con Frank Villarde e iniziano le esibizioni in un récital al Cairo; sarà la volta di Come prima (per cui riceve un premio Bobino), Piove, successo di Domenico Modugno e Gli zingari (Les Gitans), canzone spagnoleggiante ma creata da Hubert Giraud per il Coq d'Or de la chanson française (edizione 1958). Cantando Gli zingari, si fa conoscere in Italia nella trasmissione Il Musichiere, condotta da Mario Riva; seguono La canzone di Orfeo e Milord, portata al successo in italiano anche da Milva.

Ex-aequo con Tino Rossi, nel 1959 ottiene l'Oscar della canzone e un anno dopo riceve l'Oscar di Radio Monte Carlo come vedette preferita dagli ascoltatori, nonché il Gran Premio della canzone per l'interpretazione in francese di Romantica, la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 1960.

Seguono le incisioni di Les Enfants du Pirée (incisa in italiano come I Ragazzi del Pireo (Uno a te, uno a me), 'O sole mio (motivo tradizionale napoletano), L'arlecchino gitano, T'aimer follement (in italiano T'amerò dolcemente), Garde-moi la dernière danse (in italiano Chiudi il ballo con me).

È l'8 aprile 1961 quando Dalida sposa Morisse. Solo pochi mesi dopo incontra a Cannes Jean Sobieski, giovane pittore di cui si innamora e per il quale Dalida non solo lascia Morisse, ma ben presto si trasferisce a Neuilly a convivere. Nel 1961 è con Charles Aznavour che vince l'Oscar per la canzone, precedendo Gloria Lasso ed Edith Piaf. Di contro, nel 1962, tale Oscar sarà condiviso con Johnny Hallyday, il nuovo idolo dei teenagers francesi.

Nel 1964 è la prima donna a vincere il disco di platino per aver venduto più di 10 milioni di dischi e, sempre nel 1964, segue il Tour de France (vinto da Jacques Anquetil), cantando più di duemila canzoni lungo i 2900 km percorsi.

Nel 1965 Dalida è la cantante preferita dai francesi (secondo un sondaggio dell'IFOP, Istituto Francese di Opinione Pubblica), anno in cui recita in Ménage all'italiana (con Ugo Tognazzi, Romina Power e Paola Borboni, musiche di Ennio Morricone), e incide La danse de Zorba (in italiano La danza di Zorba), su una base di sirtaki, Amore scusami (cover di un successo di John Foster), Cominciamo ad amarci e La vie en rose, cavallo di battaglia di Piaf, scomparsa due anni prima. (Amore scusami/Amour excuse-moi è del 1964...)

Dopo una breve storia di tre anni con Christian de la Mazière, nel 1966 instaura una relazione con il cantautore italiano Luigi Tenco. È in coppia con questi che partecipa al Festival di Sanremo del 1967 con la canzone Ciao amore ciao, scritta dallo stesso Tenco. Pare che sia stata la stessa Dalida - ammirata dal brano dell'artista ligure, carico di riferimento alla poetica di Cesare Pavese - a partecipare anche alla versione francese del brano, per la quale viene mantenuto lo stesso titolo, e a portare la canzone in gara a Sanremo. La giuria elimina comunque dalla finale la canzone e il 27 gennaio Luigi Tenco si suicida con un colpo alla tempia. È Dalida che, entrando nella stanza d'albergo di Tenco, lo trova riverso a terra. La cantante, che chiedeva di bloccare il Festival, lascia la città dei fiori per volontà degli organizzatori. Il filmato della loro partecipazione al festival scomparirà dagli archivi RAI.

Il 26 febbraio dello stesso anno Dalida, con il cuore distrutto per quanto accaduto, tenta di togliersi la vita a Parigi seguendo un piano molto lucido: finge di recarsi all'aeroporto di Orly per partire per l'Italia; si fa invece portare all'hotel Principe di Galles, sistemandosi nella camera 410, dove aveva soggiornato con Tenco prima di Sanremo, con il suo vero nome di Yolanda Gigliotti. Appende sulla porta un biglietto con scritto Si prega di non disturbare e prima di ingerire molti farmaci scrive tre lettere: una all'ex marito, una alla madre (in cui le chiede di non disperarsi), ed una indirizzata al suo pubblico.

Dalida viene salvata grazie ad una cameriera che, insospettita dal fatto che una luce accesa filtrava dalla porta della stanza, non riordinata da 48 ore, avverte il direttore dell'hotel. Il funzionario entra da un'altra stanza e trova Dalida in coma. Uscirà dallo stato di incoscienza dopo cinque giorni.

Il 4 agosto 1968 Dalida decide di cambiare look e decide di cambiare il colore dei suoi capelli, dal castano al biondo: il cambio di colore della fluente capigliatura segna anche l'inizio di un rinnovamento del repertorio musicale e l'adozione di un nuovo stile, che renderà ancor più popolare la cantante, arrivando a consacrarla icona pop. Nello stesso anno, Dalida partecipa a Partitissima (ex Canzonissima) dove vince con la canzone Dan dan dan. Nel ritirare il premio, Dalida afferma Lassù qualcuno è contento riferendosi evidentemente a Luigi Tenco. È questa una vittoria chiacchierata e sofferta: chiacchierata perché considerata politica, dovuta più all'enorme pubblicità che il tentato suicidio le ha procurato che a meriti effettivi.

Sempre nel 1968 recita sul set del film italiano Io ti amo, film di Antonio Margheriti con Alberto Lupo. Il 18 giugno 1968 ottiene il titolo di Commendatore delle Arti, delle Scienze e delle Lettere, conferitole dal presidente francese Charles De Gaulle, e il 5 dicembre è la prima donna a ricevere la medaglia della Presidenza della Repubblica.

La cantante si innamora di un ragazzo italiano di 22 anni di nome Lucio: Dalida scopre di aspettare un figlio. Decide tuttavia di interrompere la gravidanza. Il ragazzo si presenterà alla vigilia di Natale di quell'anno presso l'abitazione parigina della cantante riunita con la sua famiglia, scatenando l'ira del fratello.

Da tutte le biografie di Dalida si apprende, nondimeno, che la cantante diventò bionda nel 1964 per le esigenze di un film, con Horst Buchholtz, il quale poi non si concretizzò.

Tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta Dalida intraprende un complesso lavoro di ricerca interiore e spirituale con viaggi in Nepal e un soggiorno in un ashram. Un percorso di studio e di approfondimento che include non solo la lettura di testi propriamente filosofici e il confronto con l'orizzonte della psicoanalisi, ma anche l'incontro con Arnaud Desjardins (regista, scrittore e studioso della cultura orientale) e con Swamji Prajnanpad (il cui insegnamento è caratterizzato dal tentativo di realizzare una sintesi armonica tra psicanalisi freudiana e spiritualità orientale). Per ogni chiarimento si rimanda alle numerose biografie della vedette franco-italo-egiziana citate nella bibliografia.

Questo duplice lavoro (culturale e psicologico-spirituale) rappresenta per Dalida un'occasione fondamentale di trasformazione e di rinnovamento. La Dalida sensuale e travolgente - ambivalente nel segno di eros e thanatos - degli anni cinquanta e sessanta, muta nella Dalida nuova, mistica e spirituale nei lunghi abiti bianchi che indossa in scena e fuori.

In occasione del suo cinquantesimo compleanno, il 17 gennaio 1983, il fratello Orlando e gli amici organizzano una festa al cabaret parigino Chez Michou; in quell'occasione si esibisce una drag queen nelle vesti della cantante.

Nel 1981 la cantante aveva festeggiato i venticinque anni di carriera con la consegna di un disco di diamante per aver venduto 86 milioni di dischi in tutto il mondo e per aver interpretato ben 38 dischi d'oro in 7 lingue.

Parte per l'Egitto nel 1986, dove recita nel film Le sixième jour (Il sesto giorno, di Youssef Chahine) e per la prima volta in un autentico ruolo di protagonista drammatica (al contrario dei film precedenti dove, ancorché quasi sempre come attrazione di primo piano, aveva interpretato soltanto dei ruoli leggeri o prettamente musicali). Torna a Parigi e dichiara che dopo aver rivisto i luoghi della sua infanzia è stanca e incapace di riprendere la vita e i ritmi di sempre. È in questa circostanza che Dalida organizzerà il piano del suo suicidio (cfr. bibliografia).

Sabato 2 maggio 1987 chiama il fratello-manager Orlando che le annuncia di aver rinviato un previsto servizio fotografico a causa del freddo; la sera, la cantante dice alla cameriera che farà tardi perché ha intenzione di recarsi a teatro e le chiede di svegliarla verso le 17 del giorno successivo. In realtà, con la macchina fa il giro dell'isolato, imbuca una lettera per il fratello per poi barricarsi nella sua villa della rue d'Orchamps ed ingerire un cocktail di barbiturici.
È il 3 maggio 1987 quando, a Montmartre, Dalida si toglie la vita, a vent'anni dal primo tentativo. Accanto al corpo lascia appena un biglietto: Pardonnez-moi, la vie m'est insupportable (Perdonatemi, la vita mi è insopportabile).

Tra i primi a scoprire la tragedia è il fratello Orlando, nominato erede universale e oggi custode dell'immagine di Dalida. La morte di Dalida lascia sotto shock la Francia intera; ai funerali, lo storico Claude Manceron la saluta con le seguenti parole:
« Yolanda arrivederci. Dalida grazie. »


Dalida è sepolta nel cimitero di Montmartre a Parigi, e accanto alla sua tomba si trova una statua commemorativa che la mostra con gli occhi chiusi rivolti allo spettatore. Nel 1997 è stata inaugurata a Montmartre una piazza in suo onore, Place Dalida, dove è stato posto un busto di bronzo dello scultore-disegnatore Aslan che la raffigura.

In occasione del ventennale della morte (3 maggio 1987-2007), il sindaco di Parigi, nonché grande amico di Dalida, Bertrand Delanoë ha predisposto una grande mostra commemorativa della figura di Dalida nei locali del Comune di Parigi (Mairie de Paris).

Il ciclo di manifestazioni commemorative ha compreso la realizzazione di un cofanetto di otto DVD con alcuni tra i filmati televisivi e documentaristici riguardanti l'artista, una compilation di cinque CD con le "cento più belle canzoni di Dalida", il DVD dal titolo Le sixième jour, e una versione per collezionisti del film di Joyce Bunuel Dalida, oltre a una versione rimasterizzata del film Io ti amo, mai pubblicato per il mercato dell'home video.

A ricordo di Dalida, Patty Pravo ha inciso l'album Pour toi...spero che ti piaccia, in cui interpreta alcuni grandi successi dell'amica e collega Dalida: Darla dirla dada (in greco), Bambino (in arabo), Salma ya salama (in arabo), Pour en arriver là, Comme si tu étais là, Fini la comédie, Col tempo. In passato Dalida aveva invece inciso la versione francese del successo di Patty Pravo La bambola, così come Tout au plus (Tutt'al più).

Il 17 Novembre 2008 è uscito l'album Fleurs 2 di Franco Battiato che contiene, in omaggio a Dalida, la cover di Il venait d'avoir 18 ans, interpretata con la partecipazione di Sepideh Raissadat.

Nel maggio 2009 esce l'album, Toutes les femmes en moi di Lara Fabian, contenente un omaggio a Dalida: la cover del brano Il venait d'avoir 18 ans.

Caratteristica fondamentale dell'arte di Dalida - icona della cultura popolare francese: drammatica e kitsch, ironica e tragica, allegorica e straniata - è stata la capacità di rappresentare, attraverso la musica e utilizzando il medium della chanson, l'unità indissolubile di arte e vita. Il talento di Dalida - - è tutto in questa tenace volontà di rinnovamento (di se stessa e del proprio stile): una continua metamorfosi che ha fatto di lei e della sua opera un fenomeno in qualche modo unico, come tale non riducibile agli schemi convenzionali e agli stereotipi dell'industria culturale. Nel suo repertorio, Dalida ha tenuto insieme in mirabile equilibrio e al di là di ogni compiacimento intellettualistico, l'esistenzialismo tragico e anarchico di Leo Ferré (Avec le temps) e il teatro epico di Brecht (Alabama Song, su coreografia di Lester Wilson), la scrittura colta e raffinata dei massimi esponenti della chanson à texte francese e internazionale e, contestualmente, la sperimentazione di nuovi linguaggi musicali e di forme sceniche eterogenee (dal récital tradizionale di gusto neorealista, al grande show polifonico e pluristilistico di matrice hollywoodiana, dal cabaret di impianto espressionistico di Bob Fosse, alla video-arte di J.-C. Averty ).

Dalida - erotica e drammatica nella prima fase della sua carriera (quando veniva definita la Callas des variétés), mistica e intellettuale nella seconda fase (il periodo Madone, dal 1967 al 1975), ironica e kitsch negli anni che vanno dal 1978 al 1987 - è stata la voce dei poeti, da Jacques Brel a Serge Lama, da Charles Aznavour a Gilbert Bécaud, da Charles Trenet a Georges Moustaki; ma è stata anche la fondatrice della musica rai francese (Salma ya salama di Jahine e Barnel); di fatto ha anticipato certe istanze della world music, passando dalla musica pop, al reggae, dal cabaret alla musica etnica (per esempio quella greca - Mikis Theodorakis e Hadjidakis - ma anche quella napoletana, senza escludere nemmeno qualche significativo rimando al folk music revival americano - Pete Seeger e Woody Guthrie - e, soprattutto, al patrimonio musicale arabo).

Ha saputo passare con eleganza e disinvoltura dalla disco-music - quella sofisticata e sinfonico-orchestrale, proposta da compositori come Tony Rallo e Alec Costandinos - al misticismo della tradizione ebraica, dall'intimismo drammatico di ispirazione psicanalitica, che troviamo nei testi realizzati dai suoi fedeli collaboratori (Michaele, i fratelli Lana e Paul Sébastien, la coppia Faure-Balasko, Pascal Sevran), alla consapevole decostruzione della tradizione neo-realista francese, che Dalida ripensa nelle sue strutture di fondo portando in scena pezzi di bravura come Gigi l'amoroso (mirabilmente sospesa tra Goldoni e De Sica), o Gigi in paradisco (allegoria danzante di matrice quasi futurista: un brano che spezza, dilatandoli, gli schemi metrico-ritmici e formali della canzone di consumo.

Dalida è stata anche allegorica nella visionarietà meta-testuale di Mourir sur scène (Barnel-Jouveaux) o di Bravo: non muore sulla scena, ma dilegua in solitudine, nell'ombra - l'aveva già cantato, del resto, nel 1971, sulle note di Théodorakis (Mon frère le soleil, su testo di Delanoé) - per recuperare un'identità scissa e frantumata, al di là di paillettes strass et télégrammes.

Brani quali Et tous ces regards, Amoureuse de la vie, Fini la comédie, A ma manière, Il y a toujours une chanson sono testimonianza di come l'esperienza psicanalitica venga, all'interno del suo repertorio, tradotta in qualche modo in immagine.

L'espressionismo di Dalida si estrinseca poi in brani come Je suis malade (Lama-Dona), Et tous ces regards, Comme disait Mistinguett e Génération 78, nei quali viene evidenziata una chiara allusività ironica.

Dalida viene inoltre considerata una delle più significative icone della cultura gay internazionale, non solo in Francia ma anche in tutti i paesi dove è conosciuta e nei quali è stata apprezzata. Il che è dovuto non solo al suo lato glamour e all'esuberanza quasi manieristica delle mises di scena - da non dimenticare, in questo senso, la scelta delle coreografie e l'intensità drammatica delle sue interpretazioni - ma anche alla sua volontà di porre in modo forte e diretto, tematizzandola in alcune sue celebri canzoni, la questione omosessuale.

Nel 1972 il brano Pour ne pas vivre seul (scritto da Daniel Faure e da Sebastien Balasko, con arrangiamento di François Rauber) fu censurato dalla radio proprio a causa del suo contenuto, di cui si riporta di seguito un estratto:
(FR)
« Pour ne pas vivre seul / des filles aiment des filles et l'on voit des garçons / èpouser des garçons »
(IT)
« Per non vivere soli / ci sono ragazze che amano altre ragazze e vediamo ragazzi / sposare altri ragazzi »
Fonte: wikipedia.org
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