Biagio Antonacci a VanityFair “Conosco il ghetto, la povertà e il razzismo”

11
Lug
2018
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Biagio Antonacci intervistato da VanityFair si racconta a 360°; dopo il successo del suo ultimo disco Dediche e Manie, l’artista prossimo al compimento dei 55 anni parla della sua vita privata.

Un successo arrivato come corporazione di un grande sogno, un sogno partito dal ghetto di Milano dove lui è cresciuto, a contatto con realtà di ogni genere. “Vengo da un ghetto alle porte di Milano in cui noi ragazzi, una tribù, ci sentivamo alternativamente i protagonisti della Via Pál di Molnár o i Greasers della 56a strada raccontati da Francis Ford Coppola. Dicevi: “Sono di Rozzano”, e vedevi i volti della gente di città deformarsi, i lineamenti parlare, gli occhi far brillare un pensiero nascosto: ‘Siete tutti barbari voialtri, tutti balordi, tutti ladri lì nel Bronx.’”.

Sono queste le parole che usa per riassumere la sua infanzia, che nella carriera gli è poi stata di spunto per moltissimi delle sue canzoni. Oggi Biagio si definisce un uomo “ipersensibile e malinconicamente predisposto all’infelicità”. La storia della sua vita è stata il motivo che gli ha aperto la strada verso il successo: il desiderio di riscatto e la determinazione sono la chiave del suo successo di oggi.

Dove papà era arrivato, a 16 anni dalla Puglia, con due buste in mano e le tasche vuote. Dormiva negli appartamenti in costruzione, viveva di espedienti, cercava disperatamente di far quadrare i conti ogni giorno. La parola povertà la conosco perché su quella soglia noi e tanti altri siamo stati spessoracconta – Ci chiamavano i terroncelli, c’era ancora e c’è tuttora una forma di razzismo spietata, ma sentirci chiamare ‘terunìn’ ci ha fatto diventare forti, ci ha spinto alla revanche: ‘prima o poi ve la faremo vedere’, pensavamo. Anche con la rabbia, con le risse e con le scorribande spesso scatenate da un insulto di troppo. Essere ironici e autoironici, quando ti trovi ai margini, è complesso.”.

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